Cosa serve per diventare un omeopata
IL MEDICO OMEOPATA n. 92 (Luglio 2026)
Dott. Gustavo Dominici
Nel secondo articolo di storia dell’Omeopatia del Dott. Renzo Galassi, pubblicato in questo numero, sulla cosiddetta golden age americana, sono riportate testuali parole di Constantine Hering, uno dei più grandi omeopati. Vi invito a leggere il testo. Quelle parole trasudano passione concreta e costruttiva: basti pensare ad una sola delle tante sue scoperte: Lachesis mutus. Quanti malati sarebbero rimasti tali senza
questo prezioso rimedio!
Il dottor Proceso Sanchez Ortega amava dire (ascoltato con le mie orecchie) che l’Omeopatia si ama oppure non si diventa mai omeopati. Ora il termine amore andrebbe vietato per almeno 20 anni, che il suo significato è stato svilito e abusato. Può stare ad attestare sia una melensa visione dell’esistenza, esclusivamente contemplativa e passiva, sia alcuni omicidi: l’amava troppo! Allora via, cestiniamola per un po’, il tempo – lungo – che si depuri e ritrovi il suo vero significato. Per sostituirla occorre più di un vocabolo. Suggerirei: passione, intensa motivazione, fiducia incrollabile. Un’energia che supera ogni difficoltà e si fa strada concretamente, creando e mettendo a disposizione strumenti che danno beneficio al singolo o all’umanità intera. La vita di Constantine Hering ne è la rappresentazione perfetta.
Ho conosciuto molti medici attratti intensamente dall’Omeopatia. Alcuni di loro hanno frequentato il mio studio, anche a lungo. Sinceri e motivati. Eppure nessuno di loro è diventato realmente un omeopata, pur continuando a curarsi omeopaticamente, loro stessi e i familiari. Chi con qualche rimpianto, chi per manifesta impossibilità, chi perché ha atteso per anni di essere pronto ad iniziare, ma non si è mai sentito adeguatamente preparato. Tutte persone sincere, oneste, ma prive di quella spinta impellente, persino violenta, che modifica dall’interno l’esistenza e trasforma le nostre scelte. Che non possiamo chiamare amore, perché ci siamo dati la regola dell’oblio.
Le condizioni per lo sviluppo dell’Omeopatia sono venute via via meno. Ai tempi del Professor Negro l’Omeopatia era rispettata e consultata. Ho visto grandi uomini nel suo studio, personalità dell’arte e della scienza, e anche alti dirigenti sanitari. C’era rispetto, per un metodo spesso sconosciuto, ma di cui si apprezzavano gli indubbi vantaggi. Il Professore fu invitato per una conferenza all’Istituto Superiore di Sanità. Molti dei medici che seguivano le sue visite, fra cui chi scrive, sono diventati omeopati. Le posizioni nel tempo si sono radicalizzate. Incomprensione, insofferenza, intolleranza fino ad arrivare al disprezzo. Non si può dissentire dal dogma (ma non trattavasi di Scienza?), non importa se si ottengono risultati (no, non si tratta di Scienza!), si viene incolpati persino sul piano morale. I pazienti si dibattono fra cento voci, di cui novantanove contrarie, sballottati fra pressanti inviti a prendere questo e quello, fra rimproveri di colleghi indignati e, soprattutto, condizionati dalla minaccia terroristica che accadranno loro eventi terribili se si allontaneranno dalle linee guida. Questa è la situazione. Non sono in vena di vittimismo, morbo che non mi affligge, ma le notizie di tutti i giorni ci indicano questa situazione. E però, a leggere fino in fondo quel breve testo che vi ho indicato, si scopre che anche al tempo di Hering la faccenda non era tanto diversa, anzi, incredibilmente simile. È stato e sarà sempre così, perché quella omeopatica è una reale rivoluzione, incruenta e radicale. Cambia la visione della salute e della malattia, dell’esistenza stessa dell’essere umano e delle forze in gioco all’interno di essa: vogliamo supportarle queste energie o soffocarle? In ultima analisi è questo il quesito. Quindi, cari mancati omeopati, non è colpa di nessuno se la faccenda è finita così, avete fatto quel che potevate fare. Non è riuscita ad emergere dal vostro interno, una energia sufficientemente potente. Tutto qui. Buona estate.
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