Una raffinata barbarie

C’è una perfetta coerenza negli eventi di questo particolare periodo. Dagli effetti dei cambiamenti climatici alla pandemia e oltre, ogni aspetto della nostra esistenza è coinvolto. Il comun denominatore è che non ci siamo sviluppati per far evolvere l’umanità, anzi, in ogni settore la componente squisitamente umana è sempre più ignorata, svilita, calpestata. Ed ora se ne sta tentando la definitiva eliminazione, come qualcosa di poco funzionale, persino un intralcio.

IL MEDICO OMEOPATA n. 78 (Dicembre 2021)
Dott. Gustavo Dominici

LA

malattia esiste senza il malato?
Sappiamo che in alcuni casi esiste un elemento esterno che la innesca, che trova la sua più chiara espressione in virus, batteri ed altri germi di varia natura. Ognuno di essi può causare sintomi riconoscibili, ma diversi in ogni individuo: può portare alla morte o attraversare l’organismo senza manifestazioni evidenti. L’infezione da Covid-19 ne è un chiaro esempio. La variabilità della manifestazione non è riconducibile semplicemente a fattori quali carica virale e simili, occorre chiamare in causa la specifica reattività del soggetto colpito che condiziona l’espressione sintomatologica della malattia ed il rischio conseguente. Se consideriamo malattie dove non è chiara la causa ma solo il meccanismo patogenetico – malattie autoimmuni, degenerative, il cancro – possiamo parlare di fattori ambientali favorenti, ma non c’è spiegazione plausibile se non in una specifica condizione patologica in cui si trovava il soggetto, poi ammalato, dove i suoi meccanismi di regolazione erano danneggiati o totalmente inattivati. Il suo livello di salute, molto basso, ha permesso lo svilupparsi della malattia. Ne consegue che per non ammalare occorre principalmente un’azione concreta perché il soggetto, sottoposto a stress di varia natura non evitabili, non entri in quella CONDIZIONE DI MALATTIA. Una terapia che volesse realmente CURARE dovrebbe avere questo obiettivo: non far entrare – o far uscire – il soggetto nella – o dalla – condizione di malattia o, nel caso di una malattia acuta, metterlo in condizione di superarla velocemente e senza conseguenze, anche di natura iatrogena. Questa logica elementare è ignorata.
Il malato non è più ascoltato, da tempo, se non nel racconto strettamente collegato all’evento patologico, sono annotati esclusivamente i sintomi patognomonici. Il malato non è più esaminato: l’esame obiettivo, la palpazione, l’auscultazione possono essere sostituiti da esami di laboratorio e indagini con macchine, i risultati sono più precisi. Il malato non serve nemmeno incontrarlo, è sufficiente conoscere i dati utili a diagnosticare e valutare la progressione della malattia per mettere a punto la terapia. Il malato esiste solo in quanto portatore di malattia. Non serve conoscere altro, è inutile, fuorviante. Il rapporto medico-paziente è un’astrazione, il paziente è scomparso.
E il medico?
Se i dati utili così ottenuti vengono inseriti in un programma ben progettato la terapia risulta precisa e priva di errori. In fondo il medico pensante è troppo soggetto a mutevolezza di giudizio, a cali di lucidità, distrazioni. Un algoritmo ben studiato è senz’altro più funzionale. Il medico serve a gestire la macchina che porta alla diagnosi (gastro e colon scopia, ecografia, coronagrafia). E’ utile esclusivamente come tecnico. O come burocrate.
Il rapporto quindi si riduce a malattia e terapia, con in mezzo le metodiche diagnostiche.
Malattia, quindi, ma quale?
Secondo un criterio rigidamente ed estesamente riduzionistico si intende per malattia la sintomatologia e le deviazioni dei parametri che rientrano in una definizione ben organizzata, in sostanza in una casella. Il paziente sarà, quindi,
portatore di più malattie, ognuna delle quali avrà una sua diagnostica ed una sua terapia ed un tecnico specializzato.
Il rapporto esiste quindi esclusivamente fra le malattie, i tecnici che le esaminano e le terapie codificate.

Tutto ciò non sta avvenendo, è già avvenuto, manca solo del tempo perché abbia la piena manifestazione. Dell’individuo non c’è più traccia. Della sua completa storia anamnestica, delle vere cause delle sue sofferenze, delle sue peculiarità. Per curare si intende esclusivamente neutralizzare la causa di sofferenza o morte o prevenirla con controlli mirati – obiettivi certamente graditi – rinunciando definitivamente alla cura dell’essere umano malato, alla sua restitutio ad integrum, unica condizione utile per esprimere la sua potenzialità.
E tutto ciò è avvenuto senza dolore, né sofferenza, né adeguato lutto, un martirio con oppioidi. Questi umani stavano diventando un vero problema!

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