Considerazioni sulla esasperata e pericolosa ricerca di un nemico esterno

IL MEDICO OMEOPATA n. 49 (Aprile 2012)
Dott. Gustavo Dominici

Mi è capitato recentemente di visitare un uomo di 30 anni con un quadro clinico complesso. Anni fa scoprì casualmente di essere positivo al virus dell’epatite C, senza che tale evento causasse alcun sintomo, né modificasse gli esami di laboratorio: il suo organismo, ed il suo fegato in particolare, sembravano sostenere senza danno la carica virale. Si sottopose regolarmente ad esami periodici, che accertavano la stabilità della situazione, fino a che uno specialista lo convinse ad intraprendere una terapia per l’eliminazione del virus. Per 14 mesi si sottopose ad una iniezione settimanale di interferone ed all’assunzione di ribavirina. L’obbiettivo fu centrato: il Paziente ne uscì devastato, ma senza più virus nel sangue. Ora, dopo aver elencato l’estesa sintomatologia iatrogena, afferma sconsolato: Tutto ciò mi ha modificato nel corpo e nell’anima!

È questa una storia grave quanto comune, potremmo definirla una storia di ordinaria EBM. È una storia che, nella sua lucida irrazionalità e per le sue conseguenze, può considerarsi paradigmatica di un modello di lettura della malattia e dell’intervento terapeutico ad essa correlato. Combattere le malattie o, più appropriatamente, curare i malati, è l’obbiettivo dichiarato di ogni terapeuta, eppure queste stesse parole, accettate universalmente, possono portare a risultati molto diversi, persino diametralmente opposti. Non è solo questione di legge dei Simili o dei Contrari, quanto di diversità dell’oggetto dell’intervento terapeutico: l’essere umano che abbiamo davanti o il nemico che presumibilmente costui porta denro di sé?
Considerando naturalmente valide le norme per evitare il contagio, non sottovalutando l’importanza dei fattori ambientali, si rimane sbalorditi di come si possa irrazionalmente concludere che l’unico elemento in gioco sia il fattore esterno. Ne consegue che esso va eliminato, a qualsiasi prezzo, e che il Paziente si possa poi considerare guarito e si possa inserire il caso clinico fra quelli da portare ad un congresso per confermare la validità di un simile approccio.
Ma così la realtà viene irrimediabilmente deformata, in nome del riduzionismo. Un approccio così in contrasto con la salute del soggetto malato è, in realtà, parte coerente di un modello di lettura dell’esistenza stessa. Sembra di stare in uno dei tantissimi film d’azione americani che hanno tutti la stessa trama: una serie di avvenimenti sanguinosi che risultano causati da uno stesso soggetto criminale, il colpevole assoluto, che viene individuato, cacciato ed abbattuto, spesso con la perdita di vite umane. Ad un certo punto l’unica soluzione è far entrare in azione le forze speciali, quegli oscuri ed ipertecnologici soldati, di cui non si scorgono mai i lineamenti, specializzati nell’uccidere il malvagio di turno. Altre volte l’eroe è un uomo solitario, audace e necessariamente cru- dele, un killer professionista.
Anche nella malattia c’è bisogno solamente di individuare un nemico e di assoldare un killer specializzato. In ogni settore c’è sempre una guerra necessaria da combattere.

L’esistenza degli esseri umani può ancora a lungo basarsi su criteri così grossolani e distruttivi? Ha ancora senso la figura del medico che ascolta e studia il Paziente malato?
Non basterebbe un tecnico diagnostico, laboratori attrezzati, ed infine un farmacologo che applichi un protocollo?
Cosa è diventato il medico se non un intralcio, un passaggio superfluo ed oneroso, che rallenta l’azione quando invece non c’è mai tempo da perdere. Perché non c’è mai tempo da perdere – tempo per riflettere – tutto sempre è, o viene vissuto, come un’emergenza.

La Medicina Omeopatica è parte di una lettura diversa della vita. Consapevole dell’esistenza della malattia e delle condizioni ambientali che la favoriscono, pone sempre l’uomo al centro del suo interesse, e la guarigione globale, quando possibile, come suo unico obbiettivo.
È coerente con una visione umanistica dell’esistenza tutta, che prima o poi dovrà prevalere, in ogni ambito, sul meccanicismo dominante, disumano e distruttivo.

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Ha ancora senso la figura del medico che ascolta e studia il Paziente malato? Non basterebbe un tecnico diagnostico, laboratori attrezzati, ed infine un farmacologo che applichi un protocollo?

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