La cosa più difficile per un omeopata è saper aspettare. (T. P. Paschero)

IL MEDICO OMEOPATA n. 54 (Dicembre 2013)
Dott. Gustavo Dominici

La frase che Tomaso Pablo Paschero amava ripetere con maggiore frequenza era: La cosa più difficile per un omeopata è saper aspettare.
Pur apprezzandone il senso in cuor mio la consideravo come una sorta di tic, quel tipo di reiterazione caratteristica di tutte le grandi persone che sottolinea un aspetto particolare che ha colpito la propria sensibilità. Questo credevo.
L’esperienza degli anni, al contrario, ha dato valore pieno a questa affermazione confermandola come completamente rispondente alla realtà terapeutica. I risultati migliori si hanno quando si dà tempo ai sintomi del paziente di manifestarsi con chiarezza, a noi stessi di raccogliere informazioni sufficienti, alla malattia di mostrarsi.
Si può affermare che nell’ambito dell’Omeopatia Classica la guarigione di un caso il più delle volte è racchiusa in poche, decisive prescrizioni.

Ci sono situazioni di reale emergenza in cui attendere è sbagliato e pericoloso o anche situazioni con sintomi intensi che il paziente non può sostenere, l’arte medica del terapeuta deve saper distinguere e decidere l’intervento adeguato. Ciò nonostante le più sono situazioni con sintomi solo fastidiosi, che scomparirebbero senza intervento. L’esempio più ovvio riguarda ciò che avviene dopo l’inizio di una terapia, sia una chiara ed evidente accentuazione iniziale dei sintomi, che differenti condizioni di malessere, generale o particolare, più difficilmente classificabili e che quindi generano incertezze.
Il modo migliore per comprendere cosa sta accadendo è lasciar trascorrere questo tempo senza intervenire. Non si ha la sicurezza che il medicamento prescritto sia il migliore e l’ipotesi che si stia aspettando inutilmente sarà comunque presente. Ciò nonostante ciò che sta avvenendo nel paziente è sempre di rilevante importanza per confermare la prescrizione o per indicarne un’altra. E anche lo svilupparsi di una patologia acuta evidenzierebbe dei sintomi preziosi.
Questa fase permette di conoscere i sintomi caratteristici del paziente probabilmente meglio della prima visita ed una o più prescrizioni intercorrenti potrebbero generare una confusione difficilmente districabile.

Non sempre il paziente riesce a tenere la posizione, al punto che la frase potrebbe essere così completata: La cosa più difficile per un omeopata è saper aspettare e far aspettare.
Il paziente ha nella sua mente il modello del farmaco classico: effetto immediato, rapida cessazione dell’effetto, ripetizione del farmaco. Se dopo alcuni giorni non avverte miglioramenti o addirittura i sintomi si sono intensificati o arricchiti di sfumature, per quanto preparato all’evento, tende a convincersi che il medico abbia sbagliato o che l’Omeopatia non sia adatta a lui.
La fiducia nel suo omeopata e le strategie di quest’ultimo dovrebbero permettere l’attesa. Viene da chiedersi se anche nel medico omeopatico non si sia insinuata la convinzione che quando la medicina è corretta deve sempre funzionare velocemente e se l’effetto termina presto vada semplicemente ripetuta.
Il rimedio omeopatico sarebbe quindi alla stessa stregua di un analgesico, un anti ipertensivo, un ansiolitico: rapido effetto e rapida cessazione con necessità di ripetizione della dose. Un rimedio omeopatico ad alta potenza è una sorta di detonatore che attiva un movimento energetico e di conseguenza sintomatologico in un organismo spesso provato da farmaci, da soppressioni e reso incerto da molteplici paure sovrastrutturali.
Quando si va a sollevare questo deposito tossico non ci si può attendere sempre un risultato limpido, nemmeno se utilizziamo potenze e dosaggi più dolci.
Le scelte conseguenti andranno spesso a cozzare con i luoghi comuni che imperversano, dettati da ben altre logiche, e la strategia del terapeuta dovrà elaborare metodiche assai raffinate per contenere la situazione e, in definitiva, per riuscire ad attendere un tempo prezioso. Non crederete mica che l’Omeopatia sia un metodo politicamente corretto?!

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I risultati migliori si hanno quando si da’ tempo ai sintomi del paziente di manifestarsi con chiarezza, a noi stessi di raccogliere informazioni sufficienti, alla malattia di mostrarsi. Si può affermare che nell’ambito dell’Omeopatia Classica la guarigione di un caso il più delle volte è racchiusa in poche, decisive prescrizioni.

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