N
on so se ci fu una sorta di incantamento, se lei avesse visto in me qualcosa dispeciale ed io profonde fascinazioni materne – ognuno si convince di esserestato speciale per qualcun altro – certo fu che dedicò molto tempo a me. Mi invitava a scrivere articoli sulla rivista del tempo, mi prescriveva delle medicine e, più di tutto, in cima ad ogni suo desiderio, mi spingeva verso la sperimentazione pura alla quale si accedeva attraverso una rigorosa e prolungata auto osservazione. Magari quell’approccio mi era congeniale, magari mi aveva un po’ catturato la passione enfatica di lei, di fatto mi dedicai con cura e scrupolo al lavoro, al punto che la Dottoressa ne era entusiasta. Raccontando ciò mi sovvengono molti flash dei nostri lunghi anni di stretto contatto. Ricordo con tenerezza, ad esempio, quando iniziava un discorso e poi, presa dalla foga, andava a sfociare in un altro argomento e poi in un altro e poi in un altro, fino a ritrovarsi un po’ smarrita da qualche parte. Ma il senso arrivava diritto e scavava: diventare omeopata per curare le persone e per evolvere attraverso la conoscenza profonda di sé. Una ricerca di consapevolezza che diventava ricerca mistica, che portava a trascendere da sé ed a farsi di fatto missione. Fuori dai ricordi personali l’importanza che la Dottoressa ha avuto per molti omeopati è stata enorme. Fra le molte iniziative, meglio illustrate in un articolo all’interno, spicca su tutte l’aver riunito tre delle migliori menti omeopatiche del tempo (Negro/Paschero/ Ortega) per dare a tanti un insegnamento che probabilmente non ha avuto uguali. Un esercito di Omeopati è stato addestrato in quei tempi, uniti dall’apprendimento e da un filo mai spezzato, che si formava in quei 10 giorni di immersione totale, due volte l’anno, ai quali partecipavamo con passione. Venti giorni di vita omeopatica intensa, appassionante, vibrante. Un esercito di medici idealisti in cerca di strumenti per realizzare l’utopia. O perlomeno una parte di essa. E la Dottoressa questi strumenti ce li fornì, ed al massimo livello. La gratitudine per questo regalo non sarà mai sufficiente. La rincontrai più volte, anche di recente. Vederla in difficoltà – e la difficoltà più grande era l’impossibilità ad esprimere ciò che ancora sentiva ardere dentro – mi sprofondava in una densa tristezza. C’è una forma di egoismo in questo, nel credere nel tuo intimo che i tuoi eroi siano immortali o, perlomeno, non debbano passare attraverso la menomazione umana. Ti aspetti che ad un certo punto se ne vadano, così, sempre nel pieno delle loro capacità, senza smettere mai di splendere.

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IL MEDICO OMEOPATA n. 68 (Luglio 2018)
Dott. Gustavo Dominici

Era il 1981 e mi affacciavo non troppo timidamente al mondo omeopatico, saldamente aggrappato ad una scelta che si era fatta da sola. Incontrai il Professor Antonio Negro, ma quando iniziai a frequentare il 4° piano della Clinica Sant’Elisabetta per seguire la pratica, la persona con la quale realmente venni a contatto fu lei, la Dottoressa Alma Rodriguez, che forgiò dal di dentro il mio essere omeopata.

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